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I 10 errori che un imprenditore commette quando gestisce i propri risparmi

2 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

Essere un imprenditore significa, per definizione, saper convivere con l’incertezza, prendere decisioni quando le informazioni sono incomplete e assumersi responsabilità che spesso non possono essere delegate; eppure, quando si passa dall’impresa al patrimonio personale, proprio quelle qualità che hanno contribuito a costruire il successo possono trasformarsi, paradossalmente, in altrettante vulnerabilità.


L’imprenditore è abituato a decidere, a negoziare, a misurare risultati, a leggere numeri e a distinguere un’opportunità da una minaccia, ma il patrimonio personale non obbedisce necessariamente alle stesse logiche dell’impresa: non ha un conto economico trimestrale, non può essere rilanciato con una nuova campagna commerciale e, soprattutto, non deve necessariamente “battere il mercato”, perché il suo compito più importante è spesso quello di conservare nel tempo la libertà di scelta costruita in decenni di lavoro.


È proprio qui che compaiono alcuni errori ricorrenti.


  1. Confondere competenza imprenditoriale e competenza finanziaria nel gestire i propri risparmi

Aver costruito un’azienda di successo dimostra capacità straordinarie, ma non implica automaticamente la capacità di gestire efficacemente un patrimonio finanziario diversificato o i propri risparmi.


Conoscere perfettamente il proprio settore non significa conoscere la duration obbligazionaria, la correlazione tra asset class, il rischio di concentrazione, la fiscalità degli strumenti finanziari o il comportamento di un portafoglio in differenti regimi di mercato.


L’errore non è sapere poco di finanza; è non accorgersi che si sta applicando una competenza reale, ma maturata in un campo differente, a un problema che richiede strumenti decisionali diversi.


  1. Investire ciò che rimane invece di progettare ciò che serve

Molti imprenditori costruiscono il proprio patrimonio secondo una logica residuale: prima l’azienda, poi gli immobili, poi eventuali altre esigenze, e infine ciò che resta viene investito.


È una strategia comprensibile, ma raramente ottimale; un patrimonio importante dovrebbe invece partire da una domanda molto meno seducente del rendimento atteso: quale funzione dovrà svolgere questo capitale?


Capitale destinato alla successione, capitale destinato a mantenere un certo tenore di vita, risorse che devono restare liquide, patrimonio che può sopportare volatilità per molti anni e capitale che, al contrario, non può permettersi perdite significative non sono la stessa cosa; trattarli come se fossero un unico portafoglio significa rinunciare in partenza a una parte della qualità della pianificazione.


  1. Avere una concentrazione patrimoniale che non si percepisce più come rischio

L’imprenditore spesso vive quotidianamente dentro una concentrazione che gli appare naturale: la propria azienda.


Ha senso... conosce quel business meglio di chiunque altro, ne conosce clienti, fornitori, margini, persone e prospettive. Il problema nasce quando, oltre al capitale imprenditoriale, anche il patrimonio personale finisce per concentrarsi sulle stesse geografie, sugli stessi settori, sugli stessi immobili o sulle stesse dinamiche economiche.


Quando un patrimonio dipende troppo dalle medesime variabili da cui dipende anche il reddito familiare, la diversificazione diventa ancora più importante, non meno.


Il vero rischio, infatti, non è avere un investimento che oscilla: è avere contemporaneamente impresa, reddito, patrimonio e prospettive familiari esposti allo stesso evento.


  1. Inseguire gli investimenti che “hanno funzionato”

Qui entra in gioco uno dei bias cognitivi più insidiosi: il survivorship bias, ossia il bias del sopravvissuto.


Vediamo l’imprenditore che ha investito in una determinata società e ha moltiplicato il capitale, ma raramente incontriamo, nella stessa misura, le persone che hanno fatto una scelta simile e hanno perso una parte rilevante del proprio patrimonio.


Vediamo il vincitore, non la platea dei partecipanti.


Questo altera la percezione del rischio e ci induce a considerare replicabile ciò che, osservato a posteriori, appare quasi inevitabile. Nel mondo degli investimenti la storia dei grandi successi è molto più visibile della storia dei fallimenti, e proprio per questo può essere molto più pericolosa.


  1. Cercare rendimento quando il vero obiettivo è un altro

Un imprenditore abituato a far crescere fatturato, margini e valore dell’impresa può trasferire inconsapevolmente la stessa grammatica al patrimonio personale, ma il patrimonio non deve necessariamente “crescere il più possibile”: deve soprattutto svolgere bene la funzione per cui è stato accumulato.


Se un capitale deve finanziare un passaggio generazionale, proteggere una famiglia, creare autonomia finanziaria o consentire all’imprenditore di prendere decisioni future senza essere costretto a vendere nei momenti sbagliati, allora massimizzare il rendimento atteso non è necessariamente la priorità assoluta.


Talvolta il rendimento apparentemente più basso è il prezzo razionale da pagare per ottenere maggiore resilienza.


  1. Confondere liquidità con sicurezza

Avere molta liquidità sul conto produce una sensazione immediata di controllo, eppure liquidità e sicurezza non sono sinonimi.


La liquidità protegge dalla necessità di vendere un investimento in un momento sfavorevole, ma un’eccessiva esposizione alla liquidità espone nel tempo all’erosione del potere d’acquisto e, soprattutto, può trasformarsi in una forma inconsapevole di immobilismo.


La vera domanda non è quanta liquidità possedere, ma quanta liquidità sia coerente con gli impegni, gli obiettivi e l’orizzonte temporale del patrimonio.


  1. Farsi guidare dalle notizie invece che da un disegno

L’imprenditore riceve quotidianamente informazioni su mercati, tassi, guerre, elezioni, inflazione, banche centrali, nuove tecnologie e occasioni apparentemente irripetibili.


Il rischio è trasformare ogni notizia in una decisione.


Un patrimonio serio non dovrebbe essere gestito sulla base del titolo letto quella mattina, ma attraverso un’architettura costruita prima che il problema si presenti. Quando ogni evento di mercato produce la necessità di modificare il portafoglio, molto spesso non siamo davanti a una strategia sofisticata, ma all’assenza di una strategia sufficientemente robusta.


  1. Valutare ogni investimento singolarmente e perdere di vista l’insieme

Un investimento può essere eccellente e, contemporaneamente, essere sbagliato per quel patrimonio. è una delle distinzioni più importanti che un investitore evoluto dovrebbe imparare a fare.


Un fondo può avere caratteristiche interessanti, un’obbligazione può offrire un rendimento attraente, un immobile può rappresentare un buon investimento e una partecipazione societaria può avere prospettive brillanti; ma la domanda decisiva non è se ogni singolo tassello sia valido, ma è capire che cosa accade quando tutti i tasselli vengono osservati insieme.


La qualità di un patrimonio non dipende dalla somma delle singole opportunità, ma dalla coerenza dell’insieme.


  1. Cercare conferme invece di cercare contraddittorio

Chi ha successo tende, legittimamente, a fidarsi del proprio giudizio; nel patrimonio personale, tuttavia, questa caratteristica può trasformarsi in un pericoloso eccesso di sicurezza.


Quando abbiamo già deciso che un investimento è “quello giusto”, cerchiamo inconsciamente argomenti che confermino la nostra tesi e tendiamo a svalutare quelli contrari: è il terreno ideale per il confirmation bias.


Un buon interlocutore patrimoniale non dovrebbe limitarsi a confermare l’imprenditore, ma dovrebbe avere la libertà professionale di porre domande scomode, evidenziare incoerenze e, quando necessario, dire che una scelta apparentemente brillante introduce un rischio che il cliente non sta vedendo.


  1. Pensare al rendimento del patrimonio e non al costo delle decisioni sbagliate

Questo è forse l’errore più importante: quando si valuta un investimento, spesso ci si concentra sulla differenza tra il 4%, il 5% o il 6% di rendimento atteso, mentre si dedica molto meno tempo alla domanda realmente decisiva: cosa accadrebbe se la scelta fosse sbagliata?


Un errore di asset allocation, una concentrazione eccessiva, una vendita effettuata nel momento peggiore, una pianificazione successoria incompleta o una struttura patrimoniale non coerente con gli obiettivi familiari possono produrre conseguenze enormemente superiori a qualche punto percentuale di rendimento mancato.


Il patrimonio di un imprenditore non deve essere semplicemente redditizio: deve essere robusto agli errori umani, ed è probabilmente questa la differenza più profonda tra investire denaro e governare un patrimonio.



Il punto, alla fine, non è evitare ogni errore

Nessuno può eliminare l’incertezza, prevedere sistematicamente i mercati o costruire un patrimonio immune da ogni imprevisto.


Il compito di una buona consulenza patrimoniale è un altro: ridurre la probabilità che una decisione presa in buona fede produca conseguenze sproporzionate rispetto all’obiettivo che si voleva raggiungere.


Un imprenditore sa benissimo che il valore di un’azienda non si misura guardando soltanto al risultato dell’ultimo esercizio;dovrebbe applicare lo stesso principio anche alla propria ricchezza.


Il patrimonio personale non è l’ultimo investimento dell’imprenditore, è ciò che, alla fine di una lunga storia professionale, dovrebbe permettergli di non dipendere più esclusivamente dall’impresa; proprio per questo che merita una strategia diversa, una prospettiva diversa e, soprattutto, qualcuno disposto a guardarlo nel suo insieme.

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