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Dieci anni fa, ad agosto, ho fatto la scelta più difficile della mia vita professionale e sono diventato consulente finanziario

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

8 agosto 2016


Mentre molti erano in vacanza, io stavo firmando le dimissioni da una banca nella quale avevo costruito ventisette anni della mia vita.


Ero direttore di filiale, avevo una posizione consolidata, uno stipendio sicuro, un percorso professionale riconosciuto e una carriera costruita con impegno, partendo dallo sportello fino alla direzione di diverse filiali. Avevo raggiunto risultati importanti, formato persone, gestito clienti privati, imprenditori e famiglie, contribuendo alla crescita della banca.


Agli occhi di molti, non esisteva alcun motivo razionale per cambiare.


Eppure sentivo che qualcosa non mi apparteneva più; non era una questione economica ma di libertà.


Libertà di organizzare il mio tempo, libertà di costruire relazioni senza che fossero scandite esclusivamente dalle logiche della filiale, libertà di crescere come professionista in un ambiente che premiasse l'iniziativa personale, ma soprattutto libertà di seguire i clienti nel modo che ritenevo migliore, dedicando loro il tempo necessario e costruendo percorsi di consulenza che guardassero davvero al patrimonio e alla famiglia, non soltanto ai risultati del trimestre.


Naturalmente avevo paura! Chiunque dica di non averne avuta probabilmente non ricorda cosa significhi rinunciare a uno stipendio fisso dopo quasi trent'anni, aprire una partita IVA e ricominciare praticamente da zero.


La paura del cambiamento è reale.


È quella voce che ti suggerisce di restare dove sei perché, in fondo, "non si sta poi così male". È la stessa voce che ti convince che la sicurezza sia più importante della realizzazione personale e anch'io l'ho ascoltata. Poi ho deciso di ascoltare qualcosa di ancora più forte: la convinzione che il talento abbia bisogno di responsabilità, non di protezione.


Così sono diventato consulente finanziario: i primi mesi sono stati intensi. Ho dovuto imparare una professione sotto una prospettiva completamente diversa con l'aiuto impareggiabile del mio supervisore e di tutta la struttura. Ho capito che non bastavano le competenze bancarie accumulate in quasi tre decenni: servivano mentalità imprenditoriale, disciplina, capacità di costruire fiducia ogni giorno e disponibilità a mettersi continuamente in discussione.


È stato uno dei periodi più impegnativi della mia carriera ed è stato anche il più formativo.


Oggi, a distanza di dieci anni, posso dire con serenità che quella decisione ha cambiato per sempre la mia vita, non soltanto sotto il profilo economico ma soprattutto sotto il profilo umano e professionale.


Ho conquistato un'autonomia che non avevo mai conosciuto, ho avuto l'opportunità di lavorare con famiglie di elevata patrimonializzazione, di accompagnarle nelle decisioni più importanti della loro vita finanziaria e, negli ultimi anni, di assumere anche la responsabilità di coordinare e sviluppare un gruppo di consulenti finanziari.


Se oggi questo articolo viene letto da un direttore di filiale, da un gestore private o personal, o da un collega che ogni mattina entra in banca chiedendosi se esista un modo diverso di vivere questa professione, vorrei dirgli una sola cosa: non lasciare che sia la paura a decidere al posto tuo, non tutti devono fare la scelta che ho fatto io e non esiste una strada giusta per tutti.


Esiste però una domanda che ognuno dovrebbe avere il coraggio di porsi: sto restando perché è davvero ciò che desidero, oppure perché ho paura di cambiare?


Dieci anni fa non sapevo come sarebbe andata: sapevo soltanto che, se non ci avessi provato, me ne sarei pentito per il resto della mia carriera.


Oggi non rimpiango un solo giorno di quella decisione.


Perché la crescita professionale comincia quasi sempre nello stesso punto: esattamente dove finisce la nostra zona di comfort.

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